Secondo la tradizione tramandata da Plinio il Giovane, il Vesuvio eruttò il 24 agosto del 79 d.C., seppellendo la città romana di Pompei e le vicine città di Ercolano, Oplontis e Stabiae in Campania sotto una pioggia di cenere vulcanica.
La testimonianza di un adolescente che è rimasto sulla sponda opposta
A Miseno, sull'altra sponda del Golfo di Napoli, un ragazzo di diciassette anni di nome Plinio il Giovane assistette all'eruzione da lontano, che avrebbe descritto trent'anni dopo in due lettere allo storico Tacito. Suo zio, l'ammiraglio Plinio il Vecchio, tentò poi di salvare gli abitanti minacciati a bordo della sua flotta, prima di morire a Stabia, soffocato dai fumi sulfurei del vulcano.
Nell'arco di quasi ventiquattro ore, l'eruzione causò diverse migliaia di vittime nelle città e nelle campagne circostanti, mentre gli abitanti di Pompei furono progressivamente ricoperti da diversi metri di cenere, lapilli e rocce vulcaniche.
Una data ora contestata dagli archeologi.
Sebbene il 24 agosto rimanga la data più ampiamente accettata, numerosi indizi archeologici, tra cui il ritrovamento nel 2018 di un graffito datato 17 ottobre 79 d.C. in una casa di Pompei, hanno indotto diversi ricercatori a collocare l'eruzione alla fine di ottobre dello stesso anno. Un errore di trascrizione medievale nelle lettere di Plinio il Giovane potrebbe spiegare questa confusione, poiché alcune copie menzionano le Calende di novembre anziché quelle di settembre.
Riscoperte nel XVIII secolo dopo quasi diciassette secoli di oblio, Pompei ed Ercolano rimangono ancora oggi tra i siti archeologici più preziosi per comprendere la civiltà romana al suo apice.
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