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In Kazakistan, le elezioni parlamentari si sono svolte senza suspense né vera opposizione.

In Kazakistan, le elezioni parlamentari si sono svolte senza suspense né vera opposizione.
In Kazakistan, le elezioni parlamentari si sono svolte senza suspense né vera opposizione.

Domenica prossima il Kazakistan terrà le elezioni parlamentari in base a un quadro costituzionale rivisto che concentra maggiormente il potere nelle mani del presidente Kassym-Jomart Tokayev. Gli esperti concordano sul fatto che le elezioni non lasceranno spazio a cambiamenti politici.

Il parlamento del Kazakistan sta cambiando: la precedente assemblea bicamerale lascia il posto a una camera unicamerale, il Kurultai, i cui 145 membri saranno eletti domenica sulla base di liste di partito. Sette partiti sono stati ammessi a partecipare, tra cui il partito di governo Adilet, che significa "Giustizia". Ma per gli esperti intervistati, la questione di chi vincerà non è nemmeno oggetto di discussione.

"Il nuovo parlamento farà la stessa cosa del precedente, ovvero rappresenterà ciò che il regime si aspetta da esso", ritiene Luca Anceschi, professore di studi eurasiatici all'Università di Glasgow. Stefan Meister, direttore del Centro per l'ordine e la governance nell'Europa orientale, in Russia e in Asia centrale presso il Consiglio tedesco per le relazioni estere (DGAP), condivide questa valutazione: il partito presidenziale dovrebbe vincere le elezioni, come confermano i recenti sondaggi.

I due ricercatori considerano queste elezioni uno strumento per consolidare il potere di Tokayev, con l'obiettivo di indebolire ulteriormente il blocco fedele a Nursultan Nazarbayev, che ha guidato il paese dal 1991 al 2019. Gli emendamenti costituzionali precedentemente adottati consentono a Tokayev di candidarsi per un altro mandato presidenziale di sette anni nel 2029.

Il nuovo sistema elettorale ha inoltre eliminato la possibilità di candidature indipendenti. Zauresh Battalova, ex senatrice kazaka e ora a capo di un'ONG specializzata nel parlamentarismo, ritiene che ciò che conta non sia il numero delle camere, bensì "l'ampiezza dei poteri del parlamento, la sua autonomia e la sua capacità di chiedere conto all'esecutivo". Riassume la situazione in questo modo: "Le elezioni si baseranno esclusivamente sulle liste di partito, in assenza di opposizione politica e con una competizione partitica limitata. Le possibilità di una reale scelta politica rimangono estremamente ristrette".

Non ci si aspetta alcuna reazione da parte europea. Dall'inizio della guerra in Ucraina, l'Unione Europea ha adottato un atteggiamento più pragmatico nei confronti degli stati dell'Asia centrale, concentrandosi maggiormente sullo sviluppo di rotte commerciali alternative a quelle che passano attraverso la Russia e sull'accesso alle risorse della regione. "I tempi in cui l'Unione Europea e i suoi Stati membri erano più critici nei confronti dello stato di diritto in Asia centrale sono purtroppo finiti", afferma Anceschi. Meister ritiene che solo le organizzazioni della società civile, il Parlamento europeo o il Consiglio d'Europa potrebbero ancora reagire.

Il contesto economico spiega in parte questa moderazione. Nel 2025, il Kazakistan è diventato il secondo maggiore esportatore di petrolio greggio verso l'UE, con una quota del 12,8% e 55,8 milioni di tonnellate, secondo solo agli Stati Uniti. "Ovunque si acquisti petrolio e gas, non li si acquisterà mai da una democrazia, a meno che non si tratti della Norvegia. In questo senso, non c'è davvero scelta", osserva Anceschi.

Sul piano geopolitico, Astana è finora riuscita a mantenere una posizione neutrale tra Mosca e le capitali occidentali. Il Kazakistan non ha condannato ufficialmente le sanzioni europee contro la Russia, né ha deciso di applicarle. Anceschi descrive questo atteggiamento come una "zona di comfort geopolitica", sottolineando che serve principalmente a preservare la stabilità interna del regime.

Meister osserva che il Kazakistan sta cercando di diversificare le proprie partnership ben oltre il trio Russia-Cina-UE, estendendole ai paesi arabi e all'Asia orientale. Astana "non vuole dipendere troppo dalla Russia; ha visto cosa sta facendo la Russia in Ucraina e non vuole dipendere nemmeno dalla Cina". L'Europa rimane un'opzione, sia come sbocco per le sue risorse sia come potenziale investitore.

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