Nelle imprese familiari, l'amore si confonde spesso con le bollette e, quando la coppia si separa, i conti a volte finiscono in tribunale. La Corte di Cassazione ha appena chiarito un punto che complica molte separazioni: per ottenere il riconoscimento dello status di "coniuge dipendente", non è necessario dimostrare un rapporto di subordinazione, nemmeno quando il coniuge titolare dell'azienda ne gestisce l'attività.
Il caso ha avuto origine da uno studio dentistico gestito tramite una società: dopo la separazione, l'ex moglie ha richiesto il riconoscimento di un contratto di lavoro, adducendo due elementi concreti: la partecipazione regolare all'attività e la retribuzione corrisposta, che a suo dire non era stata dichiarata agli enti previdenziali per inerzia dell'ex coniuge.
Uno status che sopravvive al divorzio
Uno status che sopravvive al divorzio. La Corte d'Appello aveva aperto la strada ricordando che un coniuge che lavora "in modo efficace e abituale", oltre alla semplice assistenza, può essere considerato un dipendente senza dover dimostrare di aver obbedito come qualsiasi altro dipendente. Poi l'ha richiusa non appena è entrata in gioco un'azienda, stabilendo che, in presenza di un coniuge con funzioni dirigenziali, la subordinazione deve comunque essere provata.
La Corte suprema ha respinto questa distinzione: il rapporto di subordinazione "non è una condizione" per la determinazione dello status e si applica "anche" quando il coniuge gestisce l'azienda. Dietro questa formulazione si cela un segnale per l'economia quotidiana, per le imprese, gli uffici e le piccole realtà: dichiarare lo status del coniuge – collaboratore, dipendente o socio – non è una mera formalità, e le sviste di ieri si trasformano in controversie di domani, con diritti sociali in gioco e un costo potenziale che non ammette tregua.
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