L'ex vescovo Jean-Michel Di Falco ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione dopo la condanna civile per stupro.
L'ex vescovo Jean-Michel Di Falco ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione dopo la condanna civile per stupro.

A 84 anni, Jean-Michel di Falco non ha alcuna intenzione di lasciar perdere la questione. Il vescovo emerito di Gap e Embrun ha annunciato che presenterà ricorso alla Corte di Cassazione dopo la sentenza della Corte d'Appello di Parigi che lo ha condannato, in sede civile, a risarcire un uomo che lo accusa di stupro e violenza sessuale commessi negli anni '1970.

In questo caso, il sistema giudiziario penale non è intervenuto. I fatti contestati, risalenti al periodo tra il 1972 e il 1975, sono prescritti, il che ha spostato il procedimento nell'ambito della responsabilità civile. Il querelante, Pierre-Jean Pagès, afferma di essere stato vittima di abusi sessuali quando Jean-Michel di Falco era sacerdote e preside della scuola Saint-Thomas-d'Aquin di Parigi, un contesto che conferisce a queste accuse una particolare rilevanza, data l'interazione tra autorità spirituale e stretti legami educativi.

La Corte d'Appello di Parigi, tuttavia, si è pronunciata a favore del querelante, nonostante le precedenti sentenze che avevano in gran parte respinto il suo caso. In una decisione esaminata dall'AFP, i giudici hanno stabilito che le prove presentate dimostravano una "condotta illecita" di natura sessuale, con conseguenti lesioni fisiche che davano diritto al querelante a un risarcimento. Di conseguenza, il risarcimento è stato fissato a quasi 200.000 euro.

Quando i civili raggiungono il tempo che passa

Questo cambiamento rivela anche qualcosa sul nostro sistema giuridico odierno. Quando i procedimenti penali si scontrano con la prescrizione, il diritto civile diventa la via ristretta, ma pur sempre percorribile, per ottenere riconoscimento e riparazione. Per il lettore, si tratta di un meccanismo a volte sconcertante: un caso senza processo penale, senza condanna penale, ma con una sentenza che identifica l'illecito e quantifica i danni.

Jean-Michel di Falco, dal canto suo, proclama la sua "completa innocenza" e contesta con veemenza il ragionamento dei giudici. Il suo avvocato, Olivier Baratelli, riferisce che il suo cliente è "estremamente sconvolto" da una sentenza emessa "54 anni dopo", denunciando "l'assenza di indizi o prove materiali". La Corte di Cassazione, qualora fosse chiamata a riesaminare il caso, non ricostruirà i fatti; si limiterà a stabilire se la legge sia stata correttamente applicata.

Ciò che resta è un caso sospeso nella lentezza del procedimento giudiziario, con, da una parte, un uomo che afferma di aver portato con sé un passato privato per troppo tempo, e dall'altra, una figura ecclesiastica che si rifiuta di accettare la pubblica vergogna. L'appello prolunga lo scontro, e anche il disagio, quello di un sistema giudiziario costretto a pronunciarsi su vecchi ricordi, tracce rare e vite già in gran parte scritte, senza che il caso riesca mai veramente a uscire dal presente.

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