Domenica 9 agosto, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto ufficialmente il piano statunitense in 15 punti per la prosecuzione del processo di pace a Gaza. Nonostante l'accordo di Hamas, il leader israeliano rifiuta qualsiasi ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) finché il movimento islamista palestinese non sarà stato "veramente" e completamente disarmato. Questa posizione rivela anche le crescenti divergenze tra Netanyahu e Donald Trump.
Benjamin Netanyahu ha finalmente preso la sua decisione. Dopo diversi giorni di riserve e critiche riguardo al piano sostenuto da Washington, il Primo Ministro israeliano ha annunciato domenica 9 agosto che Israele respinge, nella sua forma attuale, il piano in 15 punti per Gaza promosso dall'amministrazione di Donald Trump.
"Israele respinge il documento in 15 punti", ha dichiarato Benjamin Netanyahu durante una riunione di gabinetto. Ha inoltre tracciato una linea rossa cruciale: nessun ritiro militare israeliano dalla Striscia di Gaza sarà consentito prima che Hamas si sia effettivamente disarmata.
Secondo il Primo Ministro, le Forze di Difesa Israeliane "non procederanno ad alcun ritiro finché Hamas non sarà effettivamente disarmato" e continueranno ad agire contro le minacce rivolte ai soldati e ai cittadini israeliani.
Benjamin Netanyahu ha sottolineato l'imperatività di questa condizione. Secondo lui, non si poteva nemmeno pensare di accettare un processo che consentisse ad Hamas di conservare parte del suo arsenale. "Stiamo parlando di un disarmo autentico, non di un disarmo fittizio", ha insistito.
Il disarmo e il ritiro di Israele al centro del disaccordo
Il principale punto critico riguarda l'ordine in cui dovrebbero avvenire il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane.
Il piano appoggiato dagli Stati Uniti prevede un processo che porti alla consegna delle armi da parte dei gruppi armati palestinesi e al ritiro delle forze israeliane da Gaza. Donald Trump ha salutato l'accettazione da parte di Hamas del principio del disarmo a favore di una futura autorità palestinese come un importante passo avanti.
Tuttavia, i metodi di implementazione rimangono oggetto di forti controversie.
Hamas subordina la consegna delle sue armi pesanti alla fine delle operazioni militari israeliane e al ritiro delle forze di difesa israeliane da Gaza. Israele sostiene il contrario: il disarmo deve essere effettivo prima di qualsiasi ritiro militare.
Il Board of Peace, l'organismo incaricato di sovrintendere all'attuazione del processo sostenuto da Washington, aveva già tentato di colmare il divario chiarendo che Israele sarebbe stato tenuto a ritirarsi solo dopo il disarmo "completo". Questo chiarimento, evidentemente, non è riuscito a convincere Benjamin Netanyahu.
Da parte sua, Hamas ribadisce il proprio impegno nel processo. Un funzionario di Hamas ha dichiarato che l'organizzazione è pronta a partecipare "seriamente e responsabilmente" all'attuazione del piano.
Bassem Naim, membro dell'ufficio politico di Hamas, ha inoltre esortato i mediatori internazionali e gli Stati Uniti a fare pressione sul governo israeliano affinché il processo non venga, a suo avviso, bloccato per ragioni di politica interna.
Netanyahu prende le distanze da Trump
Al di là della questione di Gaza, la dichiarazione del Primo Ministro israeliano mette in luce una relazione con Donald Trump che si è fatta più complessa.
Benjamin Netanyahu, tuttavia, continua a presentare il presidente americano come "il nostro più grande amico alla Casa Bianca". Ora, però, rivendica apertamente il diritto di opporsi a Washington quando, a suo avviso, sono in gioco gli interessi israeliani.
"Hanno delle idee; alcune sono accettabili per noi, altre no, e sappiamo come difendere la nostra posizione su questi temi", ha affermato il Primo Ministro, confermando che i colloqui con l'amministrazione americana proseguiranno.
Ciò contrasta nettamente con gli ultimi mesi, durante i quali Benjamin Netanyahu aveva ampiamente sottolineato i suoi stretti legami con Donald Trump. Fin dal suo primo mandato, il presidente americano ha preso numerose decisioni favorevoli a Israele, in particolare il trasferimento dell'ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme.
Ma gradualmente emersero diversi disaccordi, in particolare riguardo all'Iran. Dopo aver sostenuto Israele contro Teheran, Donald Trump aveva spinto per un cessate il fuoco in primavera, poiché il conflitto pesava sui prezzi del petrolio e stava diventando politicamente costoso per gli Stati Uniti.
Anche su questo tema, Netanyahu mantiene una posizione particolarmente ferma: "Con o senza accordo, finché sarò Primo Ministro, l'Iran non avrà armi nucleari", ha dichiarato domenica.
Le elezioni israeliane come sfondo
Questo scontro si verifica a meno di tre mesi dalle elezioni israeliane previste per il 27 ottobre. Benjamin Netanyahu, il primo ministro più longevo nella storia di Israele, si presenta alle elezioni in una delicata situazione politica. Diversi sondaggi lo vedono testa a testa con i suoi avversari, o addirittura in svantaggio.
La sua ala destra e i membri più radicali della sua coalizione chiedono contemporaneamente che non faccia concessioni su Gaza. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, in particolare, ha definito il piano americano "inaccettabile" e ha chiesto una rivalutazione del processo. In questo clima politico, accettare un ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas esporrebbe Netanyahu a una forte opposizione interna al suo stesso partito.
Le elezioni del 27 ottobre saranno anche le prime che si terranno in Israele dopo l'attentato del 7 ottobre 2023, in cui circa 1.200 persone furono uccise e 251 prese in ostaggio durante l'offensiva di Hamas nel sud di Israele.
Una tregua che non pose fine del tutto ai combattimenti.
Il piano in 15 punti rappresenta un nuovo passo nel processo avviato dopo il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. Tale cessate il fuoco ha ridotto l'intensità delle operazioni israeliane a Gaza, ma non le ha interrotte completamente. Proprio domenica scorsa, secondo la Protezione Civile Palestinese, un bambino è rimasto ferito dai colpi di arma da fuoco israeliani a Khan Younis.
Secondo il Ministero della Salute di Gaza, amministrato da Hamas e le cui cifre sono considerate attendibili dalle Nazioni Unite, 1.258 palestinesi sono stati uccisi dall'entrata in vigore del cessate il fuoco. L'esercito israeliano, dal canto suo, riferisce di aver perso cinque soldati nello stesso periodo.
Dall'inizio della guerra, secondo il Ministero della Salute di Gaza, più di 73.000 palestinesi sarebbero stati uccisi. Le Nazioni Unite stimano inoltre che circa 1,9 milioni di persone, ovvero quasi il 90% della popolazione dell'enclave, siano state sfollate dall'ottobre 2023.
L'Egitto, che svolge un ruolo centrale nei negoziati, ha invitato tutte le parti a rispettare i propri impegni e ad evitare qualsiasi iniziativa che possa compromettere i progressi compiuti.
Il rifiuto del documento da parte di Benjamin Netanyahu non significa necessariamente la fine immediata del processo diplomatico. I colloqui con Washington proseguono. Tuttavia, il disaccordo ora si concentra su una questione chiave: Israele chiede che Hamas deponga effettivamente le armi prima di qualsiasi ritiro delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), mentre il movimento palestinese subordina il proprio disarmo alla fine delle operazioni israeliane e al ritiro delle forze da Gaza.
A poche settimane dalle elezioni israeliane, questa divergenza trasforma il piano di Donald Trump in una questione diplomatica, militare e politica per Benjamin Netanyahu.
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