L'intelligenza artificiale è ormai saldamente radicata nelle pratiche di peer review, al centro della ricerca scientifica. Un sondaggio internazionale condotto dall'editore Frontiers su circa 1.600 ricercatori in 111 paesi rivela che la maggior parte dei revisori ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per esaminare manoscritti inviati per la pubblicazione. Questo rapido sviluppo, spesso in contrasto con le raccomandazioni ufficiali degli editori, evidenzia un divario crescente tra le pratiche effettive e i quadri normativi esistenti. Secondo i risultati pubblicati l'11 dicembre, oltre la metà dei ricercatori ammette di aver utilizzato l'intelligenza artificiale nella peer review. Quasi un quarto indica addirittura di averne aumentato l'utilizzo nell'ultimo anno. Questa crescita conferma il radicamento di strumenti basati su modelli linguistici di grandi dimensioni nella pratica accademica, in particolare per far fronte al crescente carico di lavoro e alla complessità dei manoscritti sottoposti a revisione. I responsabili dell'integrità della ricerca di Frontiers hanno osservato che questa pratica si è diffusa, superando di gran lunga le linee guida iniziali. Molti editori sconsigliano ancora l'utilizzo di strumenti esterni per l'elaborazione di manoscritti inediti, principalmente per motivi di riservatezza e proprietà intellettuale. Eppure, nella pratica, i ricercatori hanno già integrato queste tecnologie nei loro flussi di lavoro, a volte senza dichiararlo formalmente.
Tra risparmio di tempo e zone grigie etiche
L'indagine fornisce una migliore comprensione della natura di questo utilizzo. La maggior parte dei ricercatori coinvolti utilizza l'IA per formulare i propri report di valutazione, strutturando i commenti o riformulando le analisi. Altri la utilizzano per riassumere rapidamente un articolo, identificare debolezze metodologiche, verificare i riferimenti bibliografici o rilevare segnali che potrebbero suggerire un problema di integrità scientifica, come somiglianze testuali o incongruenze nei dati visivi. Queste pratiche, tuttavia, sollevano numerosi interrogativi. Gli specialisti di etica della ricerca sottolineano che l'IA può facilitare alcuni compiti tecnici, ma che non può sostituire il giudizio scientifico umano. Gli strumenti attuali eccellono nella riformulazione e nella sintesi, ma faticano ancora a valutare la vera novità di un'opera, la solidità concettuale di un'ipotesi o la pertinenza di un'interpretazione.
Diversi ricercatori hanno anche testato le capacità di questi modelli nella pratica.
Esperimenti recenti dimostrano che le valutazioni generate dall'IA spesso replicano la forma e il tono attesi di un report accademico, pur rimanendo superficiali. Errori fattuali, approssimazioni metodologiche e una mancanza di critica articolata si osservano regolarmente, anche quando gli strumenti vengono utilizzati con istruzioni dettagliate e un contesto scientifico fornito. Di fronte a questa situazione, gli editori sono sotto pressione. Alcuni, come Frontiers, consentono l'uso controllato dell'IA, a condizione che sia dichiarato e limitato alle funzioni di assistenza. Altri editori, più cauti, continuano a esprimere una certa fiducia nell'effettivo contributo di queste tecnologie alla revisione paritaria. Sondaggi paralleli condotti da altri operatori del settore suggeriscono inoltre che molti ricercatori rimangono scettici sulla capacità dell'IA di migliorare sostanzialmente la qualità delle valutazioni. Per gli osservatori, il dibattito non riguarda più se l'IA venga utilizzata, ma come dovrebbe essere utilizzata. Si moltiplicano le richieste di adattare le politiche editoriali a questa nuova realtà, definendo regole chiare, aumentando la trasparenza e garantendo la piena responsabilità dei revisori umani. Senza questo adeguamento, si rischia che pratiche poco trasparenti si consolidino, minando potenzialmente la fiducia in un pilastro cruciale della produzione scientifica.