Il 13 agosto 1281, una tempesta di eccezionale violenza disperse la flotta mongola che assediava l'arcipelago giapponese nella baia di Imari, ponendo fine al secondo tentativo di invasione guidato dal nipote di Gengis Khan, Kublai Khan, e dando origine alla leggenda del vento divino.
Una flotta gigantesca bloccata dalle fortificazioni
Alla fine del XIII secolo, mentre gli eredi di Gengis Khan imponevano il loro dominio dalla Russia alla Cina, Kublai Khan, proclamato Gran Khan nel 1260, tentò per la prima volta uno sbarco a Hakata nel giugno del 1281. Ma i giapponesi, che non avevano perso tempo dopo la respinta prima invasione del 1274, eressero solide fortificazioni che costrinsero i Mongoli a impiegare tutte le loro forze in battaglia.
Il 12 agosto, le truppe mongole si avvicinarono finalmente a Takashima, nella baia di Imari, a sud di Hakata, dove una moltitudine di imbarcazioni giapponesi attaccò incessantemente le immense giunche della flotta nemica.
Una tempesta che diventa leggenda nazionale
La sera del 13 agosto, mentre la battaglia infuriava, una tempesta di eccezionale violenza si scatenò improvvisamente sulla baia. Impossibilitate a manovrare nello spazio ristretto, le navi mongole si schiantarono in gran numero contro gli scogli, provocando un massacro tra le truppe dell'impero. Appresa la notizia, Kublai Khan abbandonò definitivamente la conquista dell'arcipelago giapponese.
Questo episodio, che ha dato origine all'espressione kamikaze per designare questo provvidenziale vento divino, segna l'ultimo tentativo di invadere il Giappone fino alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale lo stesso termine sarebbe stato usato per designare i piloti suicidi giapponesi, questa volta senza riuscire a respingere il nemico.

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