Il 1° novembre dell'82 a.C., sotto le mura di Roma, Lucio Cornelio Silla vinse la decisiva battaglia di Porta Collina. A cinquantasei anni, questo aristocratico romano, rinomato per il suo valore militare, entrò finalmente nella capitale come sovrano assoluto. La sua vittoria pose fine alla prima grande guerra civile della Repubblica Romana, che vide le sue truppe contrapporsi a quelle dei sostenitori di Gaio Mario, e inaugurò un capitolo cruciale della storia romana: un momento in cui le armi imposero il loro potere e l'equilibrio di potere repubblicano crollò irrevocabilmente.
Un patrizio decaduto divenuto generale provvidenziale
Nato nel 138 a.C., Silla apparteneva alla prestigiosa gens Cornelia, ma il suo ramo della famiglia aveva perso prestigio e fortuna. La sua educazione fu brillante, il suo carattere fiammeggiante: gli autori antichi gli attribuiscono una giovinezza dissoluta, che raccontano senza indulgenza. Eppure, dietro questo dandy romano, si rivelava uno stratega d'eccezione.
Nel 107 a.C., servì come luogotenente sotto Gaio Mario in Numidia, ottenendo la resa di re Giugurta e guadagnandosi l'ammirazione dei suoi soldati e la gelosia del suo comandante. Si distinse poi contro i Cimbri e i Teutoni, popolazioni germaniche che minacciavano l'Italia. Ma la sua rivalità con Mario si trasformò in odio aperto, alimentato dalle rispettive ambizioni e successi.
Dopo aver prestato servizio come pretore nel 97 a.C. e aver intrapreso una straordinaria missione diplomatica in Asia, Silla tornò alla ribalta politica durante la Guerra Sociale (91-88 a.C.), un sanguinoso conflitto contro gli alleati italici. Lì, si guadagnò la corona d'assedio, una rara onorificenza militare romana. Dopo essersi affermato come l'uomo forte di Roma, fu eletto console nell'88 a.C. e gli fu dato il comando dell'Impero Romano contro Mitridate, re del Ponto, una posizione che Mario ambiva disperatamente.
Marcia su Roma e guerra civile
Per la prima volta nella storia della città, Silla osò attraversare il pomerio, il confine sacro, alla testa delle sue legioni. Le armi entrarono a Roma e le istituzioni vacillarono. Scacciò Mario, che tuttavia rimase un idolo del popolo, e dei suoi alleati. Ma mentre era impegnato a combattere in Oriente, Silla vide i suoi avversari riprendere il potere.
In Asia, trionfò su Mitridate nonostante la inferiorità numerica e concluse la Pace di Dardano (85 a.C.), desideroso di tornare in Italia, dove era stato dichiarato nemico pubblico. Il suo ritorno nell'83 a.C. aprì un nuovo capitolo di violenza. Alla fine dell'82 a.C., i sostenitori di Mario furono annientati.
Dittatore per restaurare la Repubblica
Vittorioso, Silla afferma di aver salvato la Repubblica morente. In realtà, la distrugge credendo di ricostruirla. Nominato dittatore per un mandato senza precedenti, riorganizza la città: rafforza il Senato, indebolendo il tribunato, riformando le magistrature e insediando i veterani nelle terre confiscate.
Per eliminare i suoi nemici e allo stesso tempo "ordinare" la vendetta, inventò le proscrizioni: elenchi di nobili banditi condannati a morte, beni confiscati e pubblica esposizione dei loro volti. Il terrore politico divenne una procedura legale.
Eppure, dopo diciotto mesi di potere assoluto, Silla sorprese il mondo romano: abdicò volontariamente nell'81 a.C., mantenne il suo imperium, fu eletto console per l'80 a.C. e poi si ritirò. Quest'ultimo atto, unico nella storia, avrebbe lasciato un'impressione duratura sui suoi contemporanei.
Morì nel 78 a Pozzuoli, lasciando una Repubblica dissanguata e un futuro già tracciato perché le sue riforme, i suoi metodi e il suo esempio avrebbero aperto la strada a Cesare, poi ad Augusto, fondando, sotto le mentite spoglie della restaurazione, il modello dell'Impero.
Uomo di eccessi, amante della gloria, organizzatore spietato e riformatore convinto, Silla rimane una figura paradossale: l'ultimo difensore di un'aristocrazia morente e il primo architetto di una Roma in cui l'autorità individuale prevale in nome della Repubblica.