Deborah de Robertis mette in luce le problematiche legate al movimento #MeToo nelle istituzioni culturali (credito: Guillaume, Belvèze Abitbol)
Deborah de Robertis mette in luce le problematiche legate al movimento #MeToo nelle istituzioni culturali (credito: Guillaume, Belvèze Abitbol)

L'artista e performer Deborah de Robertis è ancora una volta al centro del dibattito pubblico dopo un manutenzione In un'intervista a Mediapart, ha dichiarato la sua intenzione di dare vita a un autentico movimento #MeToo nel mondo dell'arte contemporanea. Figura di spicco della performance art in Francia e in Europa, ha denunciato un ambiente in cui, a suo avviso, le dinamiche di potere continuano a favorire il silenzio su certe forme di violenza sessista e sessuale. "Perché il mondo dell'arte è l'unico, dopo il movimento #MeToo, ad aver coltivato un codice del silenzio?"si chiede oggi. Il suo intervento si inserisce in un contesto in cui diversi settori culturali sono già stati profondamente sconvolti dalle rivelazioni legate al movimento #MeToo.

Qualche mese prima, la rivista Entrevue gli aveva dedicato un profilo intitolato « Deborah de Robertis, la ribelle che trasforma l'arte in un atto di resistenza »L'artista ha riflettuto sulla sua carriera, sulle sue performance più significative e sul suo desiderio di utilizzare l'arte come strumento per sfidare i meccanismi di dominio. Questo approccio si inserisce in una pratica artistica consolidata e impegnata che, da oltre un decennio, mette in discussione le dinamiche di potere, la rappresentazione del corpo femminile e il ruolo delle donne nelle istituzioni culturali.

L'arte come strumento di resistenza

Fin dalle sue prime performance, Deborah de Robertis ha costruito un corpus di opere caratterizzato dalla riappropriazione del corpo femminile e dalla messa in discussione delle norme consolidate. Nota per i suoi interventi in musei e spazi espositivi, promuove un'arte che va oltre la mera provocazione e cerca di mettere in discussione le strutture di potere che permeano la società e il mondo culturale. Riassume oggi questa filosofia affermando di avere "ha trasformato il [suo] sesso in uno strumento politico".

Sostiene di aver incontrato, nel corso della sua carriera, situazioni che a suo avviso rivelano disfunzioni più ampie all'interno del mondo dell'arte. Crede che i rapporti tra artisti, galleristi, collezionisti e dirigenti istituzionali possano talvolta creare squilibri che favoriscono determinate forme di abuso. Testimoniando ciò che mi è accaduto con uomini potenti, alcuni dei quali molto più anziani di me (insegnanti, collezionisti, curatori), voglio denunciare un sistematico sfruttamento.spiega. Secondo lei, molte donne che lavorano nel settore culturale esitano ancora a parlare pubblicamente, per paura di ripercussioni professionali o di essere escluse per sempre dalle reti artistiche.

Intelligenza artificiale al servizio della memoria

Per promuovere la sua causa, l'artista si avvale anche di strumenti digitali e nuove tecnologie. Video, social media e intelligenza artificiale diventano per lei mezzi per rendere visibili meccanismi spesso invisibili. Deborah de Robertis, in particolare, sostiene l'uso dell'IA come strumento per riappropriarsi della propria storia personale. "Riadattando l'intelligenza artificiale per rispecchiare meglio la mia esperienza personale, si rende possibile una forma di guarigione."afferma. Questo approccio fa parte di una serie di nuove performance e creazioni intese ad analizzare la violenza sessista, gli abusi di potere e la resistenza incontrata da coloro che scelgono di denunciare.

Con questa nuova dichiarazione pubblica, Deborah de Robertis intende aprire un dibattito più ampio sui meccanismi di dominio che, a suo avviso, persistono nel mondo dell'arte contemporanea. Questo approccio contribuisce a riaccendere il dibattito sul ruolo del movimento #MeToo in un settore culturale in cui le testimonianze restano rare e dove le questioni di potere continuano ad alimentare accesi dibattiti.

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