Lassù, a 3.000 metri, il Kirghizistan non fa le cose a metà: vento, neve e animali che ti guardano come se fossi un intruso. Su questi remoti altipiani, una famiglia di pastori, gli Akmatov, ha allevato nel corso degli anni una mandria di... yak bianchi. Una rarità, quasi una firma. Il Paese lo considera più di una semplice curiosità pastorale: un simbolo di rinascita agricola in un'Asia centrale indebolita dal degrado del suolo e dal pascolo eccessivo.
Amantour, 30 anni, pascola quasi 300 capi di bestiame a cavallo, in un silenzio che ti avvolge. Riassume la sua convincente argomentazione in una frase molto semplice: "La temperatura scende a -40 °C di notte; le mucche non potrebbero sopportarlo... Ma gli yak possono pascolare liberamente". Robusti, poco esigenti e capaci di prosperare dove la promessa di pascoli a volte sembra una merce non mantenuta, questi bovini d'alta quota soddisfano tutti i requisiti che le autorità vogliono sottolineare di fronte al cambiamento climatico. Solo che qui la natura non offre mai tregua: la crescita rimane lenta (un vitello ogni due anni in media) e i lupi ci ricordano costantemente che è la montagna a comandare, con una ventina di yak già divorati negli ultimi mesi.
Un pile bianco, un messaggio chiaro: resistere al clima
Dietro la favola rurale si cela un vero e proprio programma politico: far riconoscere ufficialmente la razza dal Ministero dell'Agricoltura. Una sorta di sigillo di approvazione statale, che aprirebbe le porte a una più ampia distribuzione e, in ultima analisi, all'esportazione, sperano gli Akmatov. Il Ministero kirghiso sta già promuovendo un settore "promettente" e sottolineando l'importanza strategica di questi animali, che "riducono la pressione sui terreni rurali" sfruttando pascoli isolati d'alta quota. La mandria nazionale di yak, in declino dopo la fine dell'URSS, ora supera i 60.000 capi, segno che a Bishkek hanno compreso il valore di tornare a produrre lana bianca, preferibilmente.
L'aspetto più sorprendente è che quest'avventura porta anche il segno di una storia sovietica mai veramente conclusa. Il patriarca Tashtanbek Akmatov, 88 anni, ex deputato del Soviet Supremo ed ex presidente del Parlamento kirghiso, due volte "Eroe del Lavoro Socialista", ha abbandonato le apparenze politiche per l'altopiano di Kara-Saz. La sua ossessione: trasformare gli yak, originariamente neri, in "bianchi" dopo un decennio di allevamento selettivo. Al tempo stesso storia di un'eredità familiare e un esercizio di prestigio nazionale, il progetto soddisfa un altro requisito: in un paese in cui l'agricoltura impiega un quarto della forza lavoro, migliorare la produttività del bestiame è tutt'altro che un hobby.
Il nocciolo della questione rimane, un problema molto concreto: il territorio stesso. "Per aumentare il numero di yak, lo Stato deve assegnare terreni da pascolo; questo è il problema più grande", afferma Baatyrbek Akmatov, che sostiene la rotazione delle mandrie per preservare il suolo. La FAO sta già mettendo in guardia contro pratiche di gestione considerate insostenibili, aggravate dal riscaldamento globale.